Come l’esercito neutralizza una bomba

“Ecco, questo è uno degli ordigni che recuperiamo da Varna”. Venti centimetri, forse anche meno: queste le dimensioni della “bomba” mostrata dal maggiore Matteo Boschian Bailo del 2° Reggimento Genio Guastatori della “Julia”, Brigata Alpina dell’esercito italiano, di stanza a Trento. Talmente antica nella fattura da sembrare uscita da un’altra epoca. E così è, considerando che ha cento anni, seppure sia in grado di fare ancora male.  Si potrebbe dunque dire che la Model 16 Zeitzünder Gewehrgranate è un pezzo da museo, capace però di essere insidiosa quanto un moderno ordigno. Prodotta in milioni di esemplari per la fanteria del Kaiserliche und königliche Armee, è finita in massa nelle acque di Varna, durante la rotta austriaca del novembre 1918.  Lago alpino dell’Alto Adige, 712 metri sul livello del mare e 3,5 metri di profondità, Varna (o Varhner See) dev’essere apparso allettante agli austro-ungarici che vi “rovesciarono interi vagoni di munizionamento per accelerare la ritirata e per fare in modo che non cadessero nelle mani del regio esercito” continua il maggiore.  Per un secolo sul fondale limaccioso, la presenze di quei residuati è stata notata per caso da alcuni bagnanti nel 2017 ed è da allora oggetto di un lavoro certosino dell’esercito Italiano e della marina militare. Una joint venture interforze mai interrotta e, anzi, ripresa con maggiore impegno dopo il lockdown.  Vedere sommozzatori della marina in Alto Adige fa certo un po’ effetto. Sono i palombari del nucleo Sdai (Sminamento difesa antimezzi insidiosi) che, muta e bombole, scandagliano il fondo alla ricerca della Model 16. “Operiamo insieme da circa 30 mesi – rammenta Boschian – ed abbiamo iniziato con piccole quantità: 2-300 pezzi raccolti”. In una rete metallica simile ad una nassa da aragoste, l’ufficiale mostra il “bottino”: un pugno di cilindri di colore giallo-oro, intaccati dal fango e dall’ossidamento di tanti anni di immersione.  “Trecento è stato l’inizio, ad oggi ne abbiamo recuperati quasi 30mila ma non è chiari quante granate siano ancora sul fondo. È per questo che non ci fermiamo finché l’intera area non sarà bonificata”.  Se la marina rischia dragando, ai guastatori è affidato il non meno arduo compito di neutralizzare le Model 16. Attività nella quale le penne nere del 2° Genio Guastatori sono dei maestri cui sono affidati il monitoraggio e l’intervento di bonifica dell’intero arco alpino orientale dove, durante la Grande guerra, si sono consumate le battaglie più dure. E dove, ancor oggi, è possibile scorgere pezzi di reticolato sulle cime dello Zebrù e i resti degli avamposto sulla vecchia linea del Piave. Ma se da un ferro arrugginito può salvarti l’antitetanica, da una mina o da un proiettile inesploso solo guastatori ed artificieri possono intervenire.  Osservando gli operatori al lavoro non si può evitare di chiedersi quale sia la differenza. E l’esperienza in prima persona è sempre la migliore maestra.  Settecento chilometri a sud di Trento, a Caserta, il 6° Reggimento Genio Pionieri dell’Esercito Italiano si addestra proprio all’individuazione e al disinnesco di ordigni di portata superiore a quelli del lago di Varna.  “Sono principalmente bombe d’aereo, convenzionali e speciali, che nell’area di nostro interesse – fra Monte Cassino e il Nord del Lazio – possono ancora rappresentare un pericolo”, racconta il maggiore Carlo Befani, mostrando quelle apparecchiature estremamente sofisticate in uso alle unità di artificieri dell’esercito.  Materiale che, in parte, abbiamo già avuto modo di vedere e di toccare con mano in Libano nel 2017, ascoltando direttamente i “protagonisti”, i parà dell’8° Reggimento di Legnago. Tute speciali (Eod 9 suite), capaci di resistere all’urto di una esplosione salvando vita dell’operatore; simulacri di ordigni convenzionali e di Ied (Improvised explosive devices), quest’ultima minaccia frequente di alcuni teatri operativi… E, ancora, strumenti a controllo remoto per facilitare l’opera di bonifica senza esporre direttamente il personale. Bombe d’aereo che, purtroppo, sono ancora sparse per tutto il territorio nazionale: 29 nel 2019 e 11 nei primi mesi del 2020. Non ultima quella statunitense da 2000 libbre (907 kg) rinvenuta a Vadena (Bz) lo scorso maggio e sulla quale sono intervenute proprio le penne nere del 2° Guastatori. Un’operazione che non si limita alla bonifica, poiché prima di entrare in azione i guastatori hanno isolato un’area 1200 metri, allontanando circa un migliaio di residenti. La carica esplosiva è stata poi trasportata nel Poligono Paolo Caccia Dominioni per essere neutralizzata. Attività di coordinamento e di grande portata. Chi scrive ha avuto modo di seguire il recupero di una delle bombe aeree piovute su Terni (circa 100 incursioni) fra il 1943 e il giugno 1944. In quell’occasione fu il 6° Genio ad entrare in azione, provvedendo ad estendere 1800 metri di zona rossa e riuscendo a mettere in sicurezza 10 mila persone. Vale a dire l’intera zona Gabelletta-Campomaggiore del capoluogo umbro. Ultimi interventi, in ordine di tempo, quello del 32° Guastatori sul fiume Stura per recuperare una bomba aerea da 485 libbre e l’8 settembre a Bolzano, 500 libbre. Ma se per vedere un ordigno aeronautico si può farlo solo attraverso foto o video, per la Model 16 è sufficiente una transazione. Gli involucri, ormai inermi, sono infatti oggetto di collezione con prezzi che, online, arrivano ai 500 euro. Prezzo salato per un reperto che, storia a parte, rappresenta ancora una minaccia reale tanto per il civile quanto per lo specialista che lavora al suo disinnesco. Ah, una chicca: come la granata, anche la caserma sede del Reggimento comandato dal Colonnello Gaetano Celestre ha lontane origini austriache. Fu infatti edificata per un reggimento genio della Kaiserliche und königliche Armee per poi passare, a fine conflitto, al regio esercito. O, per essere più precisi, ad un altro reparto di genieri. Questa volta italiani.

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